Il lago Vadimone, presso Orte, in due relazioni di Giocondo Pasquinangeli (1900 e 1917)
Il lago Vadimone, presso Orte, in due relazioni di
Giocondo Pasquinangeli
Giocondo Pasquinangeli, magistrato, alto dirigente ministeriale, storico (Orte 1855 - Roma 1925), ispettore onorario delle Belle Arti, è stato un profondo conoscitore della storia locale e del territorio di Orte. Ha fondato in Orte un Comitato Archeologico, attivo dal 1901 al 1925, e attraverso quella associazione ha salvato innumerevoli beni culturali gettando le basi per la realizzazione – alcuni decenni più tardi – del Museo Diocesano di Orte e del Museo Civico Archeologico Comunale. Nella sua attività di studioso e di paleografo ha trascritto molti antichi documenti nonché l’intera opera cinque-seicentesca di Lando Leoncini: La Fabrica Ortana.
Tra le sue carte, depositate nell’Archivio Storico della Diocesi di Civita Castellana -Sezione Staccata di Orte, ha lasciato una interessante descrizione del piccolo lago che i documenti – almeno dal sec. XV – chiamano Lago Vadimone, nonché del territorio circostante e soprattutto delle singolari eruzioni di acqua e fango che la natura vulcanica e solfurea dello specchio d’acqua produce periodicamente e che Pasquinangeli ha potuto osservare da vicino.
Le descrizioni sono due. La prima è una vera, accurata relazione, stesa dopo una visita nell’anno 1900. La seconda è invece una breve e veloce annotazione del 1917, scritta su un foglietto, della quale l’autore non ha curato la forma come era solito, tanto che alcuni passi risultano molto difficili da leggere. Sono comunque ambedue molto interessanti per i contenuti naturalistici e storici e ne propongo quindi la trascrizione quanto più fedele.
“Pro-Memoria – escursione al Lago Vadimone – 5 ottobre 1900
Il giorno 2 Ottobre 1900 il Parroco di Bassano in Teverina, Don Aniceto Ralli col quale ebbi occasione di trovarmi nel Convento dei Cappuccini di Orte, mi disse che il Lago Vadimone, secondo eragli stato riferito dal contadino Domenico Bernardini (un terreno contiguo al Lago è di proprietà della Parrocchia posseduta da Don Aniceto), era in movimento, in modo che le sue acque, crescendo, avevano allargato lo specchio lacustre.
La mattina del 5 ottobre, con mio cugino Armenio, fui sul luogo, dove trovai i contadini Domenico Bernardini (già affittuario delle terre del Comune di Orte in contrada Cajo) e Sabatino Gaudenzi, i quali coltivano i terreni in mezzo a cui il Lago si estende.
Trovai il Lago, presso a poco, in questa forma – [disegno dopo il testo] .
Diametro di circa 50 metri. Quattro isolette sorgevano in esso aventi forma di piccole montagne formate da altrettanti crateri in eruzione. Queste isolette sono costituite di terriccio color cenere, durissime nella crosta ma melmose appena tolta la crosta. Mi dissero i contadini nominati che queste isolette variano, da un giorno all’altro, di numero, di luogo, di grandezza. Nella mattina della mia visita il Lago era tranquillo, pur vedendosi qua e là un bollore come d’acqua nascente. La superficie di tali isolette, appena formate, s’indurisce assumendo aspetto cretaceo con striature oscure, terminanti in color rosso ferrigno. Il contadino Bernardini prese una lunga scala e la poggiò sopra una delle quattro isolette, la quale sostenne il peso anche della sua persona che vi andò sopra. Introdusse un grosso ramo di albero nel cratere, e lo agitò / quasi ad allargare il cratere stesso. A mano a mano che egli agitava il ramo d’albero, la cima del monticello si convertiva in melma. Egli diceva che nei giorni in cui le acque del Lago sono in attività, dalle cime dei variabili monticelli escono polle d’acqua abbondante, saliente in alto con qualche forza, tanto che avendo egli qualche volta provato a collocare bastoni sopra queste polle, l’acqua ha sollevato in alto i bastoni stessi spazzandoli via.
Presi qualche manata della melma, formante i monticelli, e constatai che si asciuga e s’inaridisce con grande rapidità, formando una massa compatta come di marna (cenere-turchino) ma friabile e polverizzabile molto più facilmente che non la marna o cretone. Portai con me una manata di quella melma rappresa e solida per farla analizzare.
Quando Bernardini era ragazzo (ora ha passato di poco la cinquantina) mi narrava che il Lago era più vasto di quel che non sia al presenta (50 metri di diametro approssimativi come dissi). Verso il 1880 egli ed altri contadini, essendosi il Lago ristretto, fecero una forma da Sud a Nord che immettesse nel Lago, nella speranza che in occasione di piogge, questa forma portando nel Lago, rami, erbe, terriccio ecc. finisse per riempirlo e farlo sparire. Ottennero che il Lago, mantenendosi pacifico per vari anni, si riducesse ai minimi termini. Però verso il 1885 o 1886 (egli non ricorda precisamente l’anno) il Lago di notte crebbe romorosamente, emettendo come muggiti di buoi; tanto che egli ed altri trovandosi a dormire nelle vicinanze furono svegliati e videro i loro buoi spaventati fuggire verso il Tevere. Il Lago nel mezzo aveva un getto d’acqua / vistoso, il quale in altezza superava la scarza (pianta filamentosa lagustre – giunghi palustri) che lussureggiava come suole sempre lussureggiare intorno al Lago. Un suo compagno, vedendo nell’oscurità della notte, quel getto d’acqua che sollevavasi alto, disse : “Vedi là in mezzo vi è un prete”. E difatti si aveva la illusione quasi di vedere un prete diritto con largo cappello, a motivo dell’acqua che, raggiunta una certa altezza, si ripiegava in rosa per la sua caduta. Il Lago crebbe allora in maniera da allagare le circostanti campagne per notevole estensione, maggiore di molto di quella allagata ultimamente (come ora si passerà a dire). Poscia il Lago lasciando pozzanghere qua e là si ritrasse fino a termini modestissimi.
Nel corrente anno 1900 verso il mese di Luglio (così parmi, diceva il Bernardini) certamente dopo la mietitura, una notte, verso la mezzanotte o poco prima si udì rumore (il Bernardini era presente e lo intese – il Gaudenzi non era presente e non lo intese) ed il Lago crebbe di nuovo, allagando le terre circostanti formando una estensione del diametro di forse 500 metri. Per alcuni giorni si mantenne alto, poi si è venuto mano mano ritraendo fino alle proporzioni odierne. Ciò che diceva il Bernardnini, assenziente il Gaudenzi, aveva una riprova patente nel fatto che, intorno al Lago, si vedevano tuttora molte pozzanghere e dapertutto eravi fanghiglia.
Nelle settimane ultime, aggiungeva il Bernardini, le sorgenti o le polle di acqua erano più voluminose. Venne alla superficie un pezzo di legno, come una trave o come un tronco di albero ma levigato. Aveva lo spessore di una doppia traversa ferroviaria e la lunghezza di circa cinque metri. Io feci il proposito di prenderlo non appena le acque si fossero ritirate, ma poi più non lo trovai. Le acque debbono averlo ingoiato di nuovo. /
Il Lago è tutto circondato da alte e fitte piante di scarza le quali si protendono maggiormente verso Nord. Camminando fra queste piante si sente che il terreno, sotto, è acquitrinoso ed anzi il suolo è costituito a dir così da scarze ripiegate, calpestate, intrecciate ecc. Si ha quasi l’impressione di camminare sopra un terreno soffice. Basta premere un poco col piede per vedere alla superficie l’acqua sotto stante; e ciò quanto più uno è vicino al Lago vero e proprio. È come un suolo vegetale e spugnoso.
La giacitura del Lago non è sul luogo più basso della località. Le sponde dello specchio d’acqua presentano come una elevazione, per quanto lieve, sulla pianura circostante. Le piante lagustri debbono aver contribuito e contribuiscono perennemente a formare e mantenere quella elevazione. Comunque è facile intuire che i periodici allargamenti e restringimenti del Lago, più che ricollegarsi allo scolo o deflusso delle acque, si riconnettono invece al crescere e al diminuire alternati della centrale sorgente acquea. È la eruzione dell’acqua che allarga o restringe lo specchio del Lago; e questo parrebbe risentire anche gli effetti della legge secondo cui i crateri in attività alimentano talora la resistenza e la consistenza delle sponde.
Il Bernardini e il Gaudenzi mi dissero di ricordare che una volta (non mi seppero precisare l’epoca) alcuni bifolchi vollero misurare la profondità del Lago. Presero una doppia fune di barrozza (circa 100 metri) e vi appesero una gomera, ossia vomere. Con alcuni tronchi di albero fecero una specie d’impalcatura onde mettersi in posizione da mandare a fondo la gomera. La fune accompagnò fin che potette la discesa della gomera, ma il fondo non era toccato. /
L’acqua che nasce dal Lago e che per diverse vie e rigagnoli si spande per la campagna circostante, rimane sempre abbondante (da superare, giudicando così ad impressione, le 4 oncie - ? -). Il maggior deflusso procede però verso Nord, come era anticamente, ma di che si parlerà appresso.
L’acqua del Lago è calda, ma meno calda di quella del Bagno che si trova più in vicinanza di Orte e dove gli Ortani vanno sistematicamente a bagnarsi nella calda stagione. Però anche alle adiacenze del Vadimone vidi i residui di due capanne servite ad uso bagni per persone che scendevano all’uopo da Bassano, ciò che accade di solito. L’acqua manda odore sulfureo e lascia scorgere qui e là tracce di ferro.
Non manca la leggenda. Il contadino Gaudenzi raccontava esservi tradizione che sopra il Lago eravi un’aia e che si sprofondò perché vi lavoravano, tritando il grano, il giorno di S. Anna. Ed ancora al presente i contadini ed i pastori sentono qualche volta un suono od un romore come quello prodotto da chi tocca una treccia di cavalli per la tritatura (cioè incita con la frusta i cavalli tenuti allineati insieme mediante corda o corde intrecciate, affinché corrano circolarmente pestando il grano).
Andai poi a visitare le rovine del Castello di Portiglione, le quali vengono chiamate il Casone, ed altresì dell’Antico Molino che era nelle adiacenze del Lago (mosso dalle acque di questo) indicato tuttora con la denominazione di Molinaccio.
[ … ]
/ La para del Molinaccio credesi tuttora conservata nelle fondazioni e nel soprassuolo per qualche metro d’altezza. Il muro di cinta di questa para ha lo spessore di metro 1 e centimetri 30 circa. La fossa o condotto che convoglia le acque o scoli del Lago alla para vedesi chiaramente che partiva dal ciglio del Lago e giungeva in linea retta alla para percorrendo uno spazio di poco più di 300 metri (giudicando ad occhio). Questo condotto o canale, nella parte verso la para, per una lunghezza di circa 120 metri, è tuttora è tuttora visibile e conservato in modo che potrebbe facilmente essere restaurato per servire nuovamente allo scopo suo. L’altra parte del canale, verso il Lago, per una lunghezza da 150 a 200 metri è rovinata, ma in suo luogo esiste una forma, la quale qua e là è tortuosa, a motivo evidentemente delle fondazioni del primitivo canale. Il canale aveva una larghezza di 50 centimetri circa; costruito in pietra, ma in qualche punto pare fosse scavato nel vivo travertino. Il travertino, non compatto, ma a massi più o meno estesi ed a blocchi di vario formato, abbonda e costituisce a dir così il sostrato del terreno che si estende tra il Lago ed il Tevere verso Nord.
Vedesi chiaramente, anche dalla esistenza di questo canale, che l’antico scolo del Lago andava naturalmente verso Nord per riversarsi nel Tevere. Così la descrizione Pliniana rimane evidente. L’acqua che veniva dal Lago correva fra massi di travertino (formato d’altronde dalle stesse acque del Lago) e per giungere al Tevere, sotto o verso Mugnano, doveva fare un cammino di qualche chilometro.”
* * *
“Il 9 agosto 1917 dopo essere stato a fare un bagno [in località Bagno] (trovando acqua per lo meno triplicata abbondantemente, con sgorgo vicinissimo ed odore accresciuto ecc.) mi recai al Lago Vadimone.
Il Lago ora ha un centinaio di metri di diametro. Ha vero aspetto di laghetto. L’acqua sembra più alta del suolo perché i contadini hanno rialzato i ripari di sponda facendo fluire l’acqua verso l’antico condotto verso il Tevere a Nord […]. [… …] anche verso la parte di Orte. Per un raggio di circa 500 metri si vede il terreno come imbiancato di leggiera neve. E po[…] o cenere che ha disseccato ogni vegetazione bassa. Dal Lago esce un volume / di acqua che io potrei ragguagliare ad un metro cubo di gettito.
Il solito colono Bernardini Domenico era presente e mi narrò che la eruzione nuova ebbe principio la notte tra il 27 e il 28 aprile. Egli la vide nel mattino del 28 Aprile 1917. Egli ed altri ebbero spavento e sgomento vedendo che grande allagamento e solo a stento poterono ridurre l’acqua a poco a poco a seguire varie vie di scolo. Nel mezzo del Lago si vedeva il gettito come fosse un rotone che s’innalzava(?) l’[…] 5 o 6 metri.
Percorsi il condotto che già avevo percorso nella mia precedente visita. Il corso d’acqua è imponente. Al luogo ove era la para o muro dell’antico Molino vi hanno costruito una casetta. Mi disse Bernardini che oltre(?) quel 1° molino, più avanti vi era stato altro molino ed il luogo si chiamava il Molinaccio.”
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