Orfeo Marchese. Un calzolaio-poeta nel Cinquecento ortano
Orfeo Marchese.
Un calzolaio-poeta nel Cinquecento ortano
Nei cataloghi delle maggiori biblioteche nazionali, a Roma, a Parigi, a Londra e in altre biblioteche minori appare il titolo di un’opera cinquecentesca: Le amorose fiamme, nelle quali interamente si comprendono gli affetti d’Amore. Un titolo che non dà tanto nell’occhio, di argomento un po’ ‘sfruttato’; un titolo forse anche troppo intriso del gusto ampolloso dell’epoca. Colpisce invece di più – nella nostra area – il nome e soprattutto la provenienza dell’autore: Orfeo Marchese da Horte. Un autore praticamente sconosciuto in patria.
E allora viene voglia di leggerlo questo volumetto di 95 pagine, e si scopre una raccolta di versi se non eccelsi, piacevoli, di una freschezza popolare, a volte ironici e smaliziati e sicuramente ammirevoli per il grande affetto e per le descrizioni che l’autore dedica alla sua cittadina (Horte che d’Italia il fior possiede), spesso al centro delle vicende poetiche e amorose.
Orfeo dedica le sue rime a Maerbale Orsini, duca di Bomarzo e marchese della Penna, fratello del più noto Vicino, creatore del Sacro Bosco di Bomarzo, professandosi suo devoto servitore e invitandolo ad accettarle come un parto di Natura, nonostante conosca quelle esser rozze, inculte e mal dette.
Una dedica che conferma gli stretti rapporti tra il ramo di Mugnano-Bomarzo degli Orsini e la città di Orte, nella quale ha sempre avuto grande influenza e continue frequentazioni. Orazio, figlio di Vicino, era cittadino ortano e nelle stesse ore in cui Orfeo Marchese licenziava alle stampe le sue rime – il 10 settembre 1571 – si trovava al comando di una galea armata dalla sua famiglia, in viaggio verso il suo destino. Troverà infatti la morte nella battaglia di Lepanto pochi giorni più tardi, il 7 ottobre: ne racconteranno le gesta il suo ufficiale di bordo, l’ortano Valentino Piccardi con numerosi altri suoi concittadini imbarcati.
Nelle sue rime Orfeo, che all’epoca aveva ventitré anni, racconta soprattutto le pene del suo amore, iniziato sette anni prima e non corrisposto, per una fanciulla di Orte che indica con il falso nome di Trivulsia:
Da Roma tornando io di sedici anni,
amor mi prese fra vaghe campagne,
d’una c’haveva con se molte compagne,
che drento d’un bel Rivo lavava i panni.
Fu il sabato principio de’ miei affanni,
quando mi dei nell’amorose ragne,
pensavo cose, alte, celeste e magne,
non pensando in Amor, manco a suo inganni.
Narra delle serenate al suono del suo fedele leuto, dei concorrenti gelosi, della scomparsa prematura e struggente della sua diva.
Orfeo inserisce nel suo lavoro anche sonetti meno ‘tormentati’, come uno spassoso contrasto tra una figlia che vuole maritarsi e sua madre contraria, una burla fattali da una cortigiana, e altre rime dedicate ai suoi amici di Orte, tra i quali l’ancor giovane Antonio Decio (del quale inserisce un sonetto) che vent’anni più tardi darà alle stampe l’Acripanda, tragedia in versi giudicata dalla critica moderna tra le regine del teatro rinascimentale italiano. Anche questa fortunata opera sarà edita dallo stesso stampatore fiorentino delle rime di Orfeo e dedicata anch’essa a un Orsini, Fabio, marchese di Lamentana. Se la fortuna letteraria ha arriso molto all’Acripanda, pur essendo l’unica opera composta dal Decio – di mestiere uomo di legge e poeta dilettante, seppure intimo amico di Torquato Tasso – anche Le amorose fiamme, con le dovute proporzioni, hanno avuto un inatteso buon successo, a dispetto delle forme rozze, inculte e mal dette denunciate dall’autore a mo’ di scusa. Ne è prova la non trascurabile diffusione che deve aver avuto il volumetto se ancora oggi è presente in varie biblioteche pubbliche. Una diffusione frutto di almeno cinque edizioni: la prima e la seconda nel 1571 e nel 1581 presso il Sermartelli di Firenze, editore tra i più qualificati; la terza, senza data ma collocabile intorno al 1600, in Siena; la quarta in Macerata, per i tipi di Giuseppe Piccini nel 1684, ben dopo al morte dell’autore, e infine una quinta (apparsa sul mercato come segnalazione non riscontrata) in Lucca, presso Marescandoli, addirittura nel secolo successivo.
Di Orfeo Marchese, però, ciò che più colpisce, aldilà di pregi e difetti letterari, è la sua attività quotidiana, la sua vera ‘arte’, che egli non trascura di rivelare con una punta d’orgoglio ai suoi lettori: Orfeo non è un artista nel senso moderno del termine ma nel senso tradizionale, cioè un artigiano ed esattamente un calzolaio. E questa inusuale situazione, forse conflittuale nella sua bottega se non nella sua vita, Orfeo la mette in evidenza già alle prime battute:
Fan con le Muse gran guerra i coltelli,
e le subbie, il ditale el punteruolo,
il rizza ponta, ogni cora e cagnuolo,
[…]
Le guardie, con la scopa e le scarpette,
fan con la poesia gran quistione,
perfino al guardamano e le bullette.
E più avanti:
Donna se vuoi amare un calzolaro,
tu sai ch’io sono mia cara Signora,
io fo le scarpe che logri ogni paro,
e facendole il cor mi si divora.
Non porto invidia a niun altro mio paro,
tu sai la subbia mia come lavora.
Se calzolaro amar vuoi vita mia,
io l’arte fo della calzoleria.
La domanda allora sorge spontanea: possibile che a metà Cinquecento, quando erano sicuramente pochi a saper leggere e scrivere – nonostante si vada riscoprendo una società meno ignorante di quanto si supponesse – un calzolaio di Orte non solo scriva versi, ma usi con facilità riferimenti classici e mitologici e si permetta di giocare, tra le rime, con gli attrezzi del suo mestiere? Che sia tutta una finzione poetica?
Elementari ricerche e riscontri l’archivio dicono di no. Era un calzolaio vero. Aveva una bottega reale, annessa alla casa dove viveva con i genitori (all’epoca della composizione). Una bottega che ha voluto rappresentare in una incisione inclusa nell’edizione del 1571, dove emblematicamente compaiono scaffali di libri e di scarpe e dove il calzolaio è alle prese con una pelle e con un calamaio. Orfeo è stato sposato con una tale Constanza e ha avuto discendenti; è stato affittuario di due terreni di una confraternita; ha sporto una denuncia-testimonianza autografa di cose delle quali era a conoscenza per non incorrere in scomunica (le botteghe dei calzolai erano luoghi di ritrovo). La vita ‘normale’ di un personaggio realmente vissuto, che si è lasciato dietro simpatiche rime e qualche punto interrogativo.
Mille salute con la buona sera,
vaga Allegruccia mia vezzosa, e bella.

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