ORTE CITTA' D'ARTE


Il Lazio presenta una concentrazione ‘abnorme’ di beni culturali dovuta soprattutto alla pole position mondiale di Roma. A seguire, con grandissimo distacco, vari indicatori assegnano a Viterbo, tra le quattro province residue, una sostanziale preminenza sulle altre. Se per l’antichità classica questo quid in più è probabilmente dovuto all’eredità etrusca, per i secoli posteriori, magari dal pieno Medioevo in avanti,  l’abbondanza di opere d’arte può essere attribuita a vari fattori tra i quali il proliferare, nel Rinascimento, di residenze signorili di famiglie romane o della corte pontificia attratte da luoghi particolarmente suggestivi non lontani dalla capitale. Tuttavia il motivo principale della maggiore disponibilità artistica nella Tuscia non può che essere, come di consueto, di ordine economico: la maggiore ricchezza del territorio che le ha prodotte.

    Un simile motivazione deve essere alla base, fatte le dovute proporzioni, anche nella situazione di Orte, in particolare relativamente all’abbondanza di opere pittoriche. Anche qui vari altri fattori hanno contribuito a preservare il patrimonio artistico. Un esempio per tutti è la realizzazione del Museo Diocesano già dagli anni Sessanta del Novecento; ma questo non basta a giustificare, nei confronti delle aree circostanti[1], il maggior numero di dipinti conservati nella piccola città sul Tevere. È lecito chiedersi allora se tale vantaggio numerico-qualitativo non fosse presente già all’origine. Ovvero se dal tardo Medioevo al Cinque-Seicento Orte non abbia goduto di un’agiatezza complessiva un po’ superiore alla media. 

    Per rispondere a queste domande non sono disponibili studi finanziari locali né tanto meno comparativi con le altre realtà vicine. Esistono però alcuni elementi che permettono di sostenere come realistica un’ipotesi del genere. I segni più evidenti sono inseriti nello stesso tessuto urbano, dove in pochi ettari di superfice si individuano chiaramente ancora oggi oltre trenta palazzi signorili, progettati e costruiti in quei secoli dalle famiglie locali, con importanti portali sormontati dalle insegne araldiche. Altro indice è il numero piuttosto elevato di forme associative, laiche e religiose. Gli statuti comunali del 1584 elencano sedici corporazioni di arte e mestiere: mandriani, tavernieri, macellai, calzolai, mercanti, vetturali, produttori di olio, barcaioli e pescatori, fabbri, sarti, vasai, carpentieri, scalpellini e muratori, molinari, fornai, notai[2]. Mentre le confraternite religiose conosciute per il Cinquecento sono nove, che raddoppiano a diciotto nel Seicento[3]. Sono tutti soggetti i quali per operare, a prescindere dell’aspetto professionale o devozionale, hanno avuto bisogno di autotassazioni, di elemosine, lasciti, donazioni; una ricchezza che quindi doveva essere disponibile e che molto spesso si è trasformata in opere d’arte, essendone tali associazioni tra i principali committenti.

    Se i segnali che ho indicato sono compatibili con gli effetti che hanno prodotto, credo di aver individuato anche la possibile causa. Sostanzialmente Orte deve aver avuto un’economia simile a quella degli altri centri principali di questo e di altri territori, basata largamente sull’agricoltura e, molto in subordine, sull’artigianato. Ma c’è un terzo elemento che manca negli altri casi: la navigazione fluviale. Per i trasporti sul Tevere verso Roma, intensi fin dall’antichità, il porto di Orte è stato il termine verso Nord della navigazione “pesante” e ha prodotto il maggior carico mercantile dell’intero percorso, insieme a Magliano e Corese. Inoltre i cantieri ortani sono stati i principali per la produzione di natanti sul fiume[4]. Le ricadute economiche di queste attività, soprattutto nei secoli in cui Roma si è trasformata da cittadina medievale a capitale di livello europeo, possono aver fatto la differenza, come testimonia lo storico ortano Lando Leoncini (1548-1634): … Et quanti danari per questo entrano ogni anno nella città lo sanno i padroni di esse (barche) et li loro barcaroli et altri manuali che vivono grassamente essi con le loro famiglie et fanno buone facoltà[5]. Una differenza con gli altri centri, va sottolineato, non certo esorbitante (in tal caso ne avrebbe risentito l’intera storia successiva) ma che può sicuramente giustificare il maggior mecenatismo artistico. Fatta questa lunga premessa, bisogna procedere senz’altro alla trattazione delle opere che sono il vero oggetto di questo articolo. 

    Si tratta di un patrimonio piuttosto noto per quanto concerne la preziosa raccolta del Museo d’arte sacra, limitata nel numero – 16 dipinti – e nell’arco temporale, ma giudicata la più cospicua e importante dell’intera provincia dopo il Museo Civico viterbese[6]. Sono soprattutto tavole a fondo oro, dal sec. XIII, tra le quali spiccano opere di Taddeo di Bartolo e del Pastura, e una grande tela di Francesco da Castello, basilare per la conoscenza del percorso artistico di questo notevolissimo fiammingo, oltre ad essere l’ultima in ordine di tempo e chiudere così la raccolta museale con l’anno 1595.  

    Da alcuni anni, però, il Museo d’arte sacra si è dotato di una nuova sezione, ospitata nel Palazzo vescovile di Orte, dove sono esposte opere dal sec. XVI al XVIII: la prosecuzione cronologica della sede di San Silvestro. 

    È il frutto di un progetto di restauro del patrimonio artistico ecclesiastico ortano che ha consentito negli ultimi quattro anni il recupero di una tavola e 30 tele – oltre alle quattordici dalla settecentesca Via Crucis collocate in cattedrale – esposte nella nuova sezione a mo’ di quadreria, a causa degli spazi piuttosto limitati. Dipinti ben rappresentativi delle tendenze artistiche locali e soprattutto esterne che hanno interessato la città, tendenze essenzialmente di ambito romano e caravaggesco nel Cinquecento, per aprirsi anche ad esperienze umbre, toscane e bolognesi nei due secoli seguenti. Tra di esse non mancano attribuzioni a maestri dell’importanza di Cesare Nebbia e Lorenzo Masucci e ‘tracce’ del Sassoferrato e di Domenico Corvi non ancora puntualmente svelate.

    Le opere del Palazzo vescovile provengono quasi per intero da chiese locali sconsacrate da molti anni e sporadicamente da confraternite estinte e sono andate a formare, nei decenni, un pingue quanto malconcio “magazzino” di deposito.

    A questo patrimonio si sommano i beni storico-artistici conservati nel Museo delle Confraternite. Sono prevalentemente oggetti processionali e liturgici, ma nella raccolta sono presenti anche alcuni dipinti.

    Si tratta quindi di un numero elevato di opere d’arte di provenienza ecclesiastica nel quale, voglio evidenziare, non sono compresi i dipinti – una ventina – venerati sugli altari delle chiese  ancora officiate. Di questi ultimi soltanto sei, l’intera chiesa di S. Francesco, hanno avuto un adeguato restauro[7]; altri sono nella lunga lista d’attesa ma non si trovano, mediamente, in condizioni di degrado pari ai dipinti del cosiddetto “magazzino”. 

    Esulano ovviamente da quanto finora visto tutti i dipinti di proprietà privata, soprattutto (ma non solo) affreschi, che decorano il Palazzo Alberti alla Rocca, il Palazzo Roscio in Piazza Fratini, il Palazzo Vettori-Falletti, il Palazzo Deci-Celiani, il palazzo Manni, l’ex chiesa di S. Gregorio e varie realtà minori nel centro storico nonché, nella campagna ortana, il Casino Alberti, Villa Nuzzi-Falletti e i conventi di S. Bernardino e di S. Maria delle Grazie.

    Altro nucleo di opere pittoriche del quale tenere conto è la piccola ma significativa raccolta del Comune di Orte. Sono sette quadri provenienti dalla collezione del cardinale Nuzzi, dalla cui famiglia il Comune ha acquisito il palazzo che lo ospita, arricchito anch’esso da dipinti murali dei primi del Settecento. Delle sette tele due, dello stesso autore di ambito caravaggesco toscano, dalle  dimensioni monumentali, rendono la raccolta di interesse più che notevole.

    E’ stata più volte costatata negli ultimi anni la necessità di un intervento coordinato su questo enorme patrimonio, di una importanza che va ben oltre la comunità locale, e che sta acquistando un peso quantitativo, oltre che qualitativo, di livello almeno regionale. L’Amministrazione Comunale di Orte si è mostrata sensibile ed ha iniziato a valutare le prime ipotesi. L’interesse da parte ecclesiastica non è da meno per ovvi motivi derivanti dalla non facile gestione espositiva e dagli spazi museali già oltremodo saturi.

    E’ possibile quindi ipotizzare una pinacoteca, in spazi unitari o vicini (le dimensioni del centro storico sono talmente ridotte!), che esponga al pubblico circa sessanta dipinti, già disponibili, altamente rappresentativi della storia dell’arte e del territorio, dal Duecento al Settecento, cui sarebbero uniti altri 20-30 oggetti d’arte – tra mosaici, sculture, oreficerie – già raccolti nell’attuale Museo d’arte sacra. Una simile pinacoteca ad oggi quasi non ha pari, per numero e qualità delle opere, né in Provincia di Viterbo né nell'area di Terni. Ma questo aspetto è secondario. Ben più importante sarebbe la costituzione, intorno ad un polo molto attrattivo, di un sistema museale che già conterebbe, oltre al Museo d’arte sacra, due altri piccoli musei attivi nello stesso centro storico: il Museo Civico Archeologico e il Museo delle Confraternite.

    Scrive Stefano Petrocchi come Orte “concentra nelle poche centinaia di metri del suo centro rupestre la stessa densità di civiltà storiche di Roma: dagli Etruschi all’Impero, dal Medioevo al Rinascimento, dal Barocco al Neoclassico. Rispetto alla monumentalità e alla eccezionale e quindi dispersiva grandezza della Capitale, Orte è in grado tuttavia di documentare tutta la storia occidentale in pochi vicoli, chiese e palazzi insieme allo strumento didattico dell’istituto museale. La valutazione di questa incredibile circostanza deve costituire quindi il punto di partenza per la valorizzazione della città”[8]



[1] Il solo repertorio disponibile, anche se geograficamente limitato alla riva destra della Valle del Tevere, da Orte alle porte di Roma e ai soli secoli XV e XVI,  registra 35 dipinti a Orte, 24 a Civita Castellana e un numero nettamente inferiore negli altri 17 comuni interessati (La Media Valle del Tevere. Riva destra. Repertorio dei dipinti del Quattrocento e Cinquecento, Roma 1999)..

[2]  Statuti della Città di Orte, a cura di D. Gioacchini, A. Greco, M.T. Graziosi, Orte, 1981, p. 216.

[3] A. ZuppanteLe confraternite di Orte e la processione del Cristo morto, in La devozione dei laici. Confraternite di Roma e del Lazio dal Medioevo ad oggi, a cura di S. Giori e P. SantoniLa ricerca folklorica, 52(2005), pp. 33-37.

[4] A. Zuppante, G. NasettiOrte-Roma, dal Tevere alla strada ferrata, in Le strade del Lazio, Lunario Romano, a cura di A. Ravaglioli, Roma 1994, pp. 367-384; P. ToubertLes structures du Latium médiéval, Rome 1973, p. 634.

[5] L. LeonciniLa Fabrica Ortana, manoscritto inedito dei secoli XVI-XVII, Archivio Storico Comunale di Orte, I, cc. 216-217.

[6] S. PetrocchiOrte: il museo della città, in Per una storia di Orte e del suo territorio, a cura di A. Zuppante, Orte 2006, pp. 247-254.

[7] A. Lo BiancoL’impegno della Soprintendenza per i beni culturali di Orte, in Tesori di Orte, a cura di S. Maddalo, Orte 1998, pp. 27-50.

[8] S. PetrocchiOrte, cit., p. 248.


Museo d'arte sacra, San Silvestro

Museo d'arte sacra, Palazzo Vescovile

Palazzo Alberti alla Rocca

Palazzo Salamoni

Villa Nuzzi-Falletti

Casino Alberti

Palazo Nuzzi













Commenti

Post popolari in questo blog

Orfeo Marchese. Un calzolaio-poeta nel Cinquecento ortano

Una 'Tragedia d’amore di Bassano Teverina' divulgata dai venditori di fortuna e di fattacci