Viaggiatori inglesi a Orte nel 1872

Viaggiatori inglesi a Orte nel 1872

 

Lo scrittore inglese William Davies ha pubblicato nel 1873 un’opera per descrivere, sotto l’aspetto storico, naturalistico ed etnografico, il corso del Tevere dalla foce alla sorgente e i territori attraversati. Nel corso della sua lunga residenza a Roma, Davies aveva già visitato in diverse tornate i dintorni della città e risalito un tratto del fiume con un barcone trainato dai bufali. Successivamente, per completare il percorso del fiume e il libro che stava scrivendo, ha affrontato il viaggio con vari mezzi, assieme a due compagni, uno dei quali disegnatore. I tre sono giunti a Orte – probabilmente nell’estate 1871 o 1872 – con la ferrovia Roma-Ancona, che era stata completata cinque o sei anni prima, e si sono trattenuti nella cittadina tre giorni, ospiti di una famiglia benestante. Quella che i tre inglesi vedono, con gli occhi di chi arriva da un paese in piena rivoluzione industriale, è una cittadina povera e sporca, passata di recente dal millenario governo pontificio a quello del nuovo Regno d’Italia, ma Davies ne resta comunque affascinato: la vita sociale del luogo, conosciuta brevemente quanto insolitamente dal suo interno, gli ha permesso di annotare e di trasmetterci alcune impressioni che danno più di altre la misura dei cambiamenti occorsi negli ultimi 150 anni. Altrettanto spontanee e suggestive sono le sue descrizioni del centro abitato e del paesaggio tiberino.

 

William Davis è nato in Gran Bretagna nel 1830, dove è morto nel 1897. Dal suo necrologio, apparso sulla rivista Bye-Gones sotto la data del 19 maggio 1897, si leggono poche informazioni che traduco e riassumo come segue.

Autore di alcune opere di singolare qualità e delicatezza, è stato un eccellente studioso dell’Italia e ha risieduto a Roma per molti anni. Conosceva Dante quasi a memoria. La pretesa di ricordarlo non si basa solo sulle sue opere, ma anche sulla sua semplicità e generosità nei confronti dei membri di quella cerchia letteraria e artistica con cui ebbe il piacere di associarsi. Se qualcuno di loro si trovava in difficoltà o in malattia, "Jeff" Davies era uno dei primi a fargli visita e assisterlo se ne era il caso.

 

 

 

W. Davies, The pilgrimage of the Tiber, from its mouth to its source: with some account of its tributaries, London 1873, pp. 224-230 (traduz. A. Zuppante) 

 

 

“Raggiungendo di nuovo il Tevere, appena sotto Orte, il paesaggio è caratterizzato da numerose torri medievali a pianta quadrata che si ergono sulle colline, come colonne portanti del Tempo che segna la loro decadenza. Ora l’altezza  di Orte si erge con solenne maestosità. È costruita su di una rupe alta e scoscesa, con una lunga serie di case irregolari, interrotta da un campanile con le finestre ad arco e una bassa cupola. Mentre ci avvicinavamo, il sole al tramonto brillava attraverso le arcate di un lungo acquedotto che si estende su un lato della città, mentre nebbie violacee cominciavano a rivestire la vallata.

 

Prima di lasciare Roma avevo avuto la fortuna di conoscere un medico che univa le doti di artista e di studioso a quelle della sua professione. Era nativo di Orte e quando gli ho detto del mio proposito di visitare quella città mi ha promesso subito di scrivere a suo padre, residente lì, e mi ha dato anche una lettera. Mi ha detto che lì non c'era una buona locanda, ma che suo padre avrebbe accolto me e i miei amici oppure sarebbe stato in grado di trovarci un domicilio. 

 

Di conseguenza, arrivati alla stazione ferroviaria, che non è molto distante dalla città, abbiamo chiesto di essere accompagnati a casa del gentiluomo che ci era stato presentato. Salendo l'altura su cui si trova la città, eravamo pieni di meraviglia per le pittoresche case che pendevano sopra il precipizio, come se con un soffio potessero cadere. Non era facile capire dove iniziasse l’opera dell'uomo, dove quella della natura, così brune, così antiche, così generate dalla roccia appaiono queste case pittoresche. 

 

Entrando in città, le strade strette, gli angoli tenebrosi, i passaggi arcati e ri-arcati, attraverso i quali la luce cadeva sulle figure alla maniera di Rembrand, le scale tortuose, i graziosi altarini, ciascuno con la sua piccola lampada dietro la quale si intravedeva il volto della Madonna che guardava attraverso le foglie dei festoni pendenti, il curioso aspetto antiquato di ogni cosa, sembravano trasportarci nella terra degli antichi romanzi cavallereschi, il sogno di qualche poeta o pittore medievale.

 

L’entrata della nostra casa di destinazione era in fondo a uno stretto passaggio. Presentandomi, sono stato accolto da un signore dall'aspetto venerabile, con un lungo soprabito e una berretta di velluto scuro in testa. Aveva una barba lunga e grigia, un'espressione mite del viso, gli occhi non offuscati dall'età, e quella dolcezza e tranquillità di modi e atteggiamenti che sono il giusto retaggio di epoche di cultura e raffinatezza. Nello stesso momento sua figlia si è fatta avanti con un piacevole sorriso. Aveva superato l'età della fanciullezza, ma era ancora giovane. Di un aspetto notevole, che era qualcosa di più di un bell'aspetto. Il suo sorriso era aperto come il sole, i suoi modi facili ed eleganti. Mi ha accolto come la padrona di casa e mi ha detto che ci avevano preparato una sistemazione presso di loro. Invano ho protestato contro il disagio che tre ospiti, per di più estranei, potevano creare nella loro tranquilla casa. Non sarebbe stato permesso alcun diniego, tutto era stato preparato e noi dovevamo restare.

 

Il calore e la generosità della nostra accoglienza, che non avrebbe potuto essere più amichevole e familiare, ci hanno messo subito a nostro agio. La casa era di tipo molto antico, costruita in solida pietra medievale. Era una di quelle situate sull'orlo della rupe che si affaccia sulla pittoresca e tortuosa valle attraverso la quale il giallo fiume scorreva in ampie curve e lunghe linee. L'interno consisteva in una sala centrale in cui si trovava un massiccio camino sormontato da una pesante cornice di pietra, come nelle residenze inglesi di trecento anni fa. Da questa sala centrale si aprivano le camere da letto. La stanza era ornata da alcuni apprezzabili dipinti a olio, opera della nostra esperta padrona di casa. Una chitarra con della musica giaceva sul tavolo, altri segni di colte occupazioni erano visibili.

 

È notevole che in una delle città più sporche d'Italia, apparentemente senza fognature e in mezzo a tanto squallore e sporcizia, qui regnava la pulizia più perfetta e scrupolosa, dalla biancheria senza macchie ai pavimenti e ai muri ben lavati. Tutto ciò è stato piacevole trovarlo in un luogo dove ci aspettavamo di non trovare nulla; infatti, sebbene Orte si trovi nel raggio di due miglia dalla ferrovia, ben pochi stranieri pensano di visitarla e nessuno di rimanervi a lungo. 

 

Il nostro ospite era quello che viene chiamato un possidente, un titolare di proprietà in città, che viveva in quel tipo di generosa semplicità che, senza essere profusa, è sufficientemente abbondante. Di lì a poco siamo usciti insieme per una passeggiata. Mi ha indicato i notabili del luogo, affermando che in città c'era ben poco di interessante per un forestiero, e allo stesso tempo mi ha fornito dei piccoli flash sulla vita sociale e domestica del posto, che ho trovato molto divertenti.

 

La città è di origine etrusca. Si vedono molte grotte scavate nella roccia, che probabilmente sono servite come tombe, forse per residenze. In alcune delle case più antiche sembra quasi che si siano conservate tracce dell’architettura etrusca, con gli archi a sesto acuto formati da blocchi di tufo sopra le porte e le finestre.

La città era chiamata Horta dagli antichi Romani, probabilmente dal nome di una dea etrusca. È diventata una colonia militare al tempo di Augusto. La strada da Falerii ad Amelia attraversava il fiume proprio sotto la città, su di un ponte i cui resti sono ancora in piedi.

 

La moderna Orte ha naturalmente il suo caffè principale, dove la sera si radunano gli oziosi e i pettegoli, alcuni dei quali anche di giorno (perché nelle piccole città italiane si fanno pochi affari di qualsiasi tipo), per discutere e stare in compagnia. Uno spettacolo caratteristico mi ha colpito qui, sebbene non sia l'unica città in Italia dove questo si può vedere. C'era una finestra bassa che dava sulla piazza, senza vetri, protetta da una robusta grata di ferro, che dava luce a una piccola cella o camera, la prigione della città, nella quale si trovava un giovane con i capelli arruffati e l’aspetto trascurato che camminava inquieto come un leone in gabbia. Quando mi sono soffermato a guardare la finestra, lui è venuto a mettere la mano attraverso la grata, chiedendomi di dargli qualcosa. Egli poteva vedere tutto quello che succedeva in piazza, e di tanto in tanto qualche amichevole pettegolo veniva a intrattenerlo con un po' di chiacchiere.

 

Mentre passeggiavamo per la città, parlavo dei progetti della mia spedizione, chiedendo al signor F il modo migliore per raggiungere Orvieto lungo il corso del fiume, quando un giovane dall'aspetto onesto, che aveva ascoltato una parte della nostra conversazione, si è fatto avanti chiedendo se aveva sentito bene che volevo andare a Orvieto, e ha proseguito dicendo che forse avrebbe potuto essere d’aiuto, poiché conosceva molto bene la strada essendoci passato spesso, come mugnaio, con mais e farina. Dato che era conosciuto dal signor F, alla fine ho concluso un accordo con lui per accompagnarci, dichiarando il mio desiderio di seguire il più possibile il corso del fiume per tutto il percorso. Mi ha detto che non poteva lasciare le sue occupazioni il giorno seguente, né sarebbe stato in grado di trovare i cavalli, unico mezzo adatto per il viaggio, con così poco preavviso. Non avrei voluto questo ritardo, se possibile, perché sentivo che avremmo abusato della cortesia del nostro ospite. Le mie obiezioni, tuttavia, sono state respinte dal signor F e, dato che non era possibile organizzare nient'altro di soddisfacente, alla fine ho acconsentito a rimanere. 

 

Quando siamo tornati a casa, le mani attive della nostra ospite e della cuoca avevano preparato per noi una cena molto abbondante ed eccellente, servita in una camera superiore, per la cui ubicazione i nostri ospiti ci hanno fatto molte scuse superflue. Mentre eravamo seduti davanti al nostro vino, che era dei migliori, abbiamo conversato a lungo, trovando i nostri ospiti tanto intelligenti quanto gentili e simpatici. Il discorso del Signor F era caratterizzato da un'ampiezza filosofica e da una temperanza di vedute su argomenti sui quali gli uomini spesso discutono e litigano, come la religione e la politica, che sono tra i frutti più nobili degli anni e dell'esperienza. Dopo cena siamo tornati nel salotto o sala centrale già descritta. La luna splendeva sulla valle, attraverso la quale il fiume si snodava come un serpente d'argento. Nell'aria regnava una profonda quiete. Qua e là una piccola luce tra le colline. Il momento era commovente. Su nostra richiesta, la Signorina ha preso la sua chitarra, cantandoci alcune canzoni molto piacevoli, alcune delle quali originarie della zona in cui risiedeva. Poi ci siamo ritirati a riposare, felici per la conclusione di una giornata felice. 

 

Il giorno successivo è trascorso principalmente a girovagare per la città e a fare schizzi, per i quali c'è molto materiale. La sera, mentre eravamo seduti in casa, è entrato Basileo, la guida che ci era stata promessa, ha preso una sedia e si è unito alla conversazione. Qui, in effetti, il tipo di sacralità che caratterizza la casa inglese non sembrava essere affatto compresa, perché di lì a poco è entrata una donna con un bambino per qualche piccola commissione, con lo stesso modo e senza cerimonie, come se l’ammissione alla casa fosse libera per tutti. Basileo ci ha detto che il posto più vicino dove avremmo potuto passare la notte nel nostro viaggio era Bagnorea, a circa venticinque miglia da Orte. In questo luogo il signor F aveva un amico, per il quale ci ha consegnato una lettera, inviando anche un piccolo barile di vino come ulteriore raccomandazione. Alla fine fu stabilito che Basileo sarebbe stato pronto il mattino seguente, all’alba, con quattro cavalli. Di conseguenza, con molti saluti ai nostri gentili padrone e padrona di casa, il mattino seguente siamo partiti con ii solito ritardo e molte incertezze per caricare sui cavalli i nostri bagagli. 

 

Mentre lasciavamo Orte il mattino dispiegava lentamente fasce di vapore aggrappate alle colline o depositate negli incavi delle montagne. A intervalli, torri medievali spezzate si ergevano dalle rupi, ognuna delle quali ha avuto la sua storia nelle epoche dei combattimenti; le nebbie del fiume si insinuavano intorno alle loro mura abbandonate come per nascondere la loro nudità e la loro rovina. Sotto gli ulivi grigi e polverosi, i pastori riposavano sui loro bastoni, mentre le greggi vagavano sulle stoppie appena tosate, tra il dolce e irregolare tintinnio dei campanelli. Su un'altura alla nostra sinistra si ergeva la città di Bassano, mentre alla nostra destra il fiume si allontanava in mormoranti secche o si assopiva in pozze silenziose, con boschetti di pioppi che fiancheggiano le sue ampie sponde e proiettano tremuli riflessi nell'acqua. Campi di grano o di cereali misti a frutteti e boschetti, sui quali si stendeva ancora il silenzio del mattino, rendevano la scena molto rilassante e tranquillizzante.

 Presto siamo entrati in un fitto bosco di alberi secolari che risuonava dei canti di centinaia di uccelli, tra i quali si distingueva in particolare il chu chu dell'usignolo. Ogni volta che si superava una gola l'occhio veniva trasportato in panorami infiniti di vago fogliame, su cui si stendeva un sottile velo blu di vapore. Diverse pittoresche città o villaggi risplendevano dalla loro altezza quando passavamo sotto; ne avremmo volentieri esplorato alcuni con la matita in mano, se il tempo a disposizione ce lo avesse permesso.”





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