Garibaldi a Orte

Garibaldi a Orte

 

 

Commemorando i 163 anni della nostra Unità nazionale, mi torna in mente un piccolo episodio di cronaca locale, sintomatico di quell’epoca postunitaria. Ne approfitto, nello stesso tempo, per una riflessione sulla insospettabile lunghezza dell’arco cronologico di trasmissione orale dei ricordi.

Doveva essere il 1959 o il 1960 quando frequentavo la quinta elementare a Orte e il maestro Bellioni ci insegnava la storia del Risorgimento, la spedizione dei Mille, Garibaldi … 

Già allora sembravano cose accadute da un’eternità. Ma un compagno di classe, Vincenzo Filesi, se ne uscì con “mia nonna lo ha conosciuto, Garibaldi!”. Sembrava impossibile, così, su due piedi, in tre o quattro compagni di classe, decidemmo di andarla a intervistare.

Agrippina Ralli era la bisnonna, non la nonna, ed era ovviamente vecchissima, ma ancora molto lucida. Abitava vicino alla chiesa di Sant’Agostino.

Ci raccontò di quando Garibaldi passò a Orte e le scolaresche – le elementari – insieme alle autorità andarono a incontrarlo alla ‘Villetta’ per rendergli omaggio. Era il maggio 1876, l’unità d’Italia era già cosa fatta (per gli Ortani da soli sei anni) e Garibaldi si recava a Viterbo in carrozza dopo essere arrivato in treno alla stazione di Orte, dove era stato accolto con un rinfresco al buffet della stazione. Del viaggio ha lasciato un preciso resoconto Alberto Mario, altro insigne patriota che vi partecipò come giornalista: il  passaggio a Orte, le folle festanti all’andata e soprattutto al ritorno, quando fu eretto un grande arco di trionfo che al transito della carrozza rilasciò una nuvola di fiori.

Per la verità i ranghi degli scolaretti ortani erano un po’ ridotti (questo l’ho saputo da un’altra fonte orale, della mia famiglia) perché non poche madri avevano preferito tenersi a casa i bambini: per oltre dieci anni avevano subìto la propaganda anti-italiana che dipingeva Vittorio Emanuele II e soprattutto Garibaldi come diavoli. Quest’ultimo poi, neanche a farlo apposta, aveva adottato per sé e per i suoi la camicia rossa come segno di riconoscimento! 

Ebbene, la bisnonna di Vincenzo era stata incaricata di consegnare all’augusto ospite un mazzo di fiori, ma, nel compiere il gesto, la bambina notò nella mano di Garibaldi la mancanza di una o più dita e allora, per nulla intimorita dal personaggio, gli chiese: “ma che mi fai, le corna?”.

Non mi sono preso la briga di accertare la verità sulla menomazione del generale, ma non è importante. Magari le dita erano solo rattrappite, fatto sta che egli, forse sorpreso, se la cavò rispondendo “No, bambina mia, è la guerra”.

Tutto qui. 

È veramente un semplice ricordo che ha la pretesa di sottolineare la vicinanza – in termini generazionali – di quegli anni da questi. È stato sufficiente un solo intermediario, chi scrive, per trasmettere la memoria da una piccola alunna di circa centosessant’anni fa a mia nipote, alunna elementare di oggi.




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